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La supervisione psicologica

La supervisione psicologica

di Federica Caso - 21/02/2024 Contenuto revisionato dalla redazione clinica
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La supervisione psicologica

Per comprendere al meglio cosa si intende per “supervisione” é utile approfondire l’etimo di questo termine. Supervisione deriva dal latino supervideo, cioè “osservare dall’alto” o “vegliare”. 


La supervisione in psicologia


Nella pratica clinica con supervisione intendiamo un processo di osservazione, analisi, valutazione ed espressione di feedback condotto da un professionista, spesso più esperto, nei confronti di un altro professionista. Nello specifico della professione, si tratta di una pratica importante, per molti orientamenti terapeutici obbligatoria durante il percorso di formazione in psicoterapia, ma ampiamente utilizzata da psicologi e psicoterapeuti anche al di fuori dei percorsi formativi.


Gli obiettivi della supervisione


Secondo la psicologa e psicoanalista Nancy McWilliams (2022), grazie alla pratica costante di supervisione clinica, il terapeuta ha la possibilità di sviluppare dentro di sé una funzione fondamentale per il suo lavoro, considerabile come qualcosa di più rispetto al già presente “terzo occhio” che osserva e monitora cosa sta avvenendo all’interno della relazione terapeutica con un paziente.


Si tratta infatti di ‘’una voce guida di supervisore interno’’, che osserva durante il processo e, allo stesso tempo, sostiene e incoraggia il terapeuta verso l’intervento che in quel momento risulta essere il più efficace.


cottonbro studio - Pexels

Sempre McWilliams (2022) afferma che, attraverso la supervisione, il terapeuta sviluppa e rafforza la capacità di auto-osservarsi. Questo gli permette di accorgersi quando è arrivato il momento di fermarsi a osservare, insieme a una terza persona, che cosa si sta muovendo nella relazione terapeutica con uno specifico paziente, chiedendo supporto e confronto attraverso una supervisione.


Scegliere di investire tempo, energie e risorse nella supervisione clinica significa svolgere la propria attività professionale con responsabilità e cura, elementi che favoriscono la crescita professionale del professionista e hanno un impatto positivo e tangibile sulla qualità delle prestazioni che eroga.


Come si organizza una supervisione?


Così come esistono numerosi modelli e approcci alla terapia, allo stesso modo è possibile supervisionare il proprio lavoro clinico secondo diverse cornici o modelli.


Durante la formazione quadriennale in psicoterapia, la supervisione è obbligatoria e, solitamente, fa riferimento al modello specifico della scuola di appartenenza.


In seguito è possibile rivolgersi a supervisori di orientamento uguale o differente dal proprio, a seconda delle proprie preferenze. Entrambe le scelte offrono importanti occasioni di crescita e arricchimento professionale.


Esistono diverse modalità di supervisione:


  • diretta o indiretta 
  • individuale o in gruppo
  • sul contenuto e sul processo.

Tutte le forme di supervisione avvengono previo consenso esplicito dei pazienti, nel rispetto della deontologia professionale.


Supervisione diretta o indiretta


La supervisione diretta prevede la registrazione delle sessioni di terapia con strumenti audio e video, affinché il supervisore possa avere un contatto diretto con i processi che attraversano la stanza di terapia, per ascoltare e osservare le interazioni tra terapeuta e paziente nonché il processo terapeutico nel suo dispiegarsi.


L’approccio sistemico-relazionale si fa portavoce di una modalità di supervisione diretta estremamente interessante, che prevede l’utilizzo dello specchio unidirezionale, ossia uno specchio oscurato presente nella stanza di terapia. Lo specchio unidirezionale consente a chi supervisiona di osservare dal vivo le sedute e, se necessario, offrire un feedback attraverso l’utilizzo di un citofono che permette una comunicazione immediata. Oggi lo specchio unidirezionale può essere sostituito da un monitor, resta però invariato l’aspetto di sincronicità della pratica: i supervisori e il gruppo di allievi partecipano alla seduta di terapia, osservando e commentando da un’altra stanza.


Alex Green - Pexels

La supervisione indiretta si basa invece sul resoconto a posteriori del caso seguito dal professionista. Questa modalità, pur non prevedendo il contatto “diretto” del supervisore con il caso, viene ampiamente utilizzata in ambito clinico e ha numerosi vantaggi e peculiarità, per esempio la possibilità per lo psicologo di presentare il caso attraverso un resoconto in forma scritta o verbale.


Il resoconto è uno strumento di lavoro molto importante che già attiva un processo di osservazione e riflessione a posteriori delle dinamiche inerenti il caso, favorendo il processo di osservazione dall’esterno già prima dell’incontro di supervisione vero e proprio. È uno strumento prezioso della pratica clinica che permette di rendere conto a sé stessi, prima che a un altro, cosa si sta muovendo nella relazione terapeutica. 


Supervisione di gruppo o individuale


La supervisione individuale prevede la presenza di un supervisore e di un supervisionato. In questo spazio diadico il terapeuta può, con l’aiuto del supervisore, co-costruire una riflessione sul lavoro clinico che sta svolgendo con i suoi pazienti, o con un paziente in particolare. L’obiettivo è comprendere insieme il senso di eventuali impasse e criticità e, al contempo, mettere in luce i punti di forza e le risorse del suo stile terapeutico unico.


Questo contesto relazionale a due ha un immenso valore professionale e clinico, perché offre al terapeuta la possibilità di apprendere nuove strategie, tecniche da implementare e lenti per guardare e inquadrare particolari situazioni o problematiche.


Talvolta i momenti di impasse nei percorsi di psicoterapia, più che dalla mancanza della tecnica giusta, sono determinati da fenomeni collusivi che possono generarsi dall’incontro tra i mondi interni del paziente e del terapeuta. L’incontro di questi due mondi dà vita alla relazione terapeutica.


Può accadere che alcuni vissuti del terapeuta non del tutto elaborati possano essere “toccati” o “smossi” dalle narrazioni del paziente. Queste ferite possono interrompere paradossalmente un contatto pieno e costruttivo con il vissuto del paziente, facendo subentrare fenomeni di collusione, cioè “l’agire vissuti non elaborati”.


Per esempio, in analisi transazionale si parla di copioni: ciascuno di noi, a seconda della propria storia di vita, ha sviluppato un copione di vita personale, cioè un ‘’un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l'infanzia’’ (Berne, 1972).


Se un terapeuta con il copione del “salvatore” incontrerà un paziente con un copione da “vittima”, inconsciamente i due copioni potrebbero intrecciarsi. Il professionista si troverebbe a svolgere un ruolo salvifico, lasciando il paziente in una posizione di vittima, alimentando in lui l’impotenza e l'impossibilità di uscire da quella posizione di passività, ostacolando l’attivazione delle proprie risorse per uscire dalla condizione di sofferenza.


Diventa dunque fondamentale lavorare in supervisione su questi aspetti relazionali aspecifici, ovvero quei fattori difficilmente misurabili in terapia (quali ad esempio l’alleanza terapeutica, l’aggancio, la connessione emotiva) che hanno un impatto decisivo sulla direzione che quella terapia prenderà e anche sull’esito.


La supervisione individuale permette al terapeuta di crescere e rafforzarsi come professionista, beneficiando dello stare in relazione con un terapeuta che spesso ha più anni di esperienza. La supervisione di gruppo, invece, consente una crescita differente e talvolta anche maggiore, grazie all’insieme delle competenze dei membri che lo costituiscono.


SHVETS production - Pexels

Entrando nello specifico nel modello di supervisione gestaltico, il supervisore chiede al gruppo di collaborare per offrire feedback, sensazioni e fantasie emerse durante l’esposizione di caso complesso. Il gruppo diventa così una cassa di risonanza di processi inter-relazionali e intrapsichici del caso esposto, probabilmente invisibili al singolo sino a quel momento. Maggiore è il numero di occhi, orecchie e pance che partecipano alla supervisione, maggiori sono le percezioni e le sensazioni su quel caso.


Il gruppo diventa anche un facilitatore nei processi di mentalizzazione e metapensiero, nonché un valido supporto emozionale per il professionista che si sente in difficoltà in un momento di impasse nella propria pratica clinica.


Il ruolo del supervisore è, in questo processo, quello di guidare, facilitare, proteggere il gruppo e i singoli partecipanti, oltre che di contenere processi e movimenti potenzialmente dannosi come aggressioni, svalutazioni, giudizi, interpretazioni precoci e non adeguate.


Secondo il modello gestaltico, nella supervisione di gruppo è possibile usare la tecnica della simulata: dopo che il terapeuta ha esposto in maniera fruibile il resoconto del caso ritenuto complesso, viene invitato dal supervisore a identificarsi con il paziente. Si tratta di una tecnica di role playing che ha la funzione di aiutare il professionista a entrare pienamente nei panni del paziente.


Secondo gli insegnamenti dello psicoterapeuta e fondatore della psicoterapia della Gestalt Fritz Perls, si ipotizza che il “fare esperienza” piuttosto che il “parlare attorno a” consenta un contatto pieno con certi processi, attivando una maggiore consapevolezza di alcuni aspetti del funzionamento del paziente come individuo e in relazione all’altro.


Al tempo stesso, un altro componente del gruppo si identifica con lo psicologo, mentre i componenti restanti sono osservatori. Talvolta una parte del gruppo viene invitata a osservare il paziente e l’altra invece il terapeuta, altre volte invece si osserva il processo nel suo complesso, oppure aspetti specifici degni di nota che il supervisore stesso indicherà sulla base della competenza maturata e del suo intuito.


Viene quindi svolta una vera e propria simulazione dell’incontro terapeutico e si lavora attraverso uno scambio di feedback e riflessioni di quanto osservato e vissuto. Le domande tipiche in questo contesto possono essere:


  • cosa hai provato stando nei panni del tuo paziente? 
  • cosa hai provato sentendo, pensando e comportandoti come lui? 
  • cosa hai provato stando nei panni del terapeuta?

Questa e altre tecniche consentono ai partecipanti di prendere contatto con nuovi vissuti, nuove prospettive, nuove lenti e possibili letture della dinamica relazionale tra paziente e terapeuta e di trovare nuove possibili strade per far sì che quella relazione o processo in impasse riacquisti vitalità e ritorni a essere una relazione di “cura”.


Supervisione sul contenuto e sul processo


La supervisione focalizzata sul contenuto ha a che vedere con l’inquadramento del caso a seconda di uno specifico modello di riferimento. L’obiettivo di questa forma di supervisione é verificare che il terapeuta stia aderendo alle specifiche modalità di intervento previste da quel modello teorico.


La supervisione sul processo si focalizza, invece, sul processo terapeutico nel suo dispiegarsi, cioè su “che cosa si sta muovendo” nella relazione tra paziente e terapeuta. Il focus è principalmente su fattori aspecifici che hanno un notevole impatto sull’esito del trattamento, ossia la relazione terapeutica e l’alleanza terapeutica.


SHVETS production - Pexels

In tal senso l’obiettivo della supervisione é individuare precocemente fenomeni di collusione o simmetria, approfondendo la natura dei vissuti del terapeuta di fronte a quel paziente rispondendo a domande come:


  • che cosa provi nei confronti del paziente? 
  • che vissuti suscita in te? 
  • ti ricorda qualcuno del tuo passato o del tuo presente? 
  • come mai lo porti in supervisione proprio adesso?
  • qual è la tua fantasia sulla possibile risoluzione di questo impasse? 

Cosa rende efficace una supervisione?


Come nella relazione tra paziente e terapeuta, anche nella relazione tra supervisore e supervisionato è necessario che si instauri in primo luogo un’alleanza. Questo presuppone innanzitutto una conoscenza.


Può accadere che in un primo incontro con il proprio supervisore, si dedichi uno spazio al racconto della propria storia come professionista e alla definizione di un “contratto” chiaro relativo agli obiettivi del lavoro che si svolgerà insieme, scegliendo infine la modalità più adeguata al raggiungimento di questi (definendo, per esempio, una cadenza degli incontri).


Oltre a una buona alleanza e al contratto, che può nel tempo essere ridefinito in base a naturali cambiamenti che si manifesteranno, è fondamentale che il supervisore sia competente ed esperto rispetto al ruolo che è chiamato a svolgere e che abbia delle qualità personali e relazionali che permettano a chi viene supervisionato di sentirsi in un posto sicuro, nel quale non verrà mai giudicato o sminuito, ma compreso, accolto, guidato e accompagnato.


L’altro presupposto ugualmente fondamentale è la capacità e la disponibilità del terapeuta supervisionato di mettersi in gioco e di accogliere i feedback che riceve.


L'importanza della supervisione nella pratica clinica


Il lavoro che lo psicologo fa dietro le quinte per perfezionare la sua attività, anche attraverso le supervisioni, arriva inevitabilmente al paziente attraverso canali sottili.


I benefici delle supervisioni sono tanti e contribuiscono a migliorare nettamente la qualità delle nostre prestazioni:


  • aumentano la qualità della nostra “presenza” con il paziente 
  • ci offrono la possibilità di superare momenti di impasse ed evitare collusioni
  • favoriscono la crescita professionale 
  • ci consentono di rintracciare e rafforzare delle risorse, portando lo sguardo su delle criticità per aggiustare il tiro

Oltre al lavoro di supervisione, anche i gruppi di intervisione con i propri colleghi contribuiscono alla crescita professionale del terapeuta. Approfondiremo questo aspetto in un prossimo articolo, con particolare focus sull’organizzazione delle intervisioni tra gli psicologi e psicoterapeuti con background formativi differenti, come avviene in Unobravo.


BIBLIOGRAFIA


  • McWilliams N., 2021, La supervisione. Teoria e pratica psicoanalitiche, Raffaello Cortina Editore, Milano
  • Berne E., 1972, Ciao!... E poi? La psicologia del destino umano, Bompiani, Milano

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