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Love bombing, breadcrumbing, gaslighting e ghosting: una conoscenza da co-costruire

Love bombing, breadcrumbing, gaslighting e ghosting: una conoscenza da co-costruire

di Matteo Mazzucato - 23/01/2024 Contenuto revisionato dalla redazione clinica
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Love bombing, breadcrumbing, gaslighting e ghosting: una conoscenza da co-costruire

Love bombing, breadcrumbing, gaslighting e ghosting sono termini che sempre più hanno iniziato a popolare gli scambi di vita quotidiana quando si parla di dinamiche relazionali, diventando di conseguenza parte delle domande che le persone portano in psicoterapia.


Queste espressioni, infatti, sono diventate punto di riferimento comune per raccontare proprie o altrui vicende relazionali, come anche vissuti di sofferenza.


Se la linguistica mette in guardia circa le “interferenze” tra anglicismi e italianismi (Bombi, 2020), la psicologia, chiamata a dare il proprio contributo alla comunità sui suoi dilemmi, si interroga: quali nuove risposte dare a ciò che viene definito come love bombing, breadcrumbing, gaslighting e ghosting? Si tratta di nuove sfide per la psicologia? Come possiamo muoverci nel  terreno ancora poco noto di questi fenomeni emergenti?


"Dare il nome giusto alle cose è un atto rivoluzionario"


Come suggeriscono le parole di Rosa Luxemburg, poter nominare ciò che si sta vivendo è un atto rivoluzionario: permette di rendere ciò che in una “realtà” è ancora sconosciuto, riconoscibile e condivisibile, per se stessi e gli altri. Nominare un evento, un vissuto o un’emozione diventa così un modo per conoscere e dare una forma a ciò che si sta vivendo ed anche, a chi lo racconta, di assumere un’identità: qualcuno che, attraverso le parole comuni con cui si sceglie di raccontarsi, “vive ciò che anche altri hanno vissuto”.


Erica On The Go - Pexels

Parlare allora di vissuti, come per esempio di love bombing, breadcrumbing, gaslighting, ghosting, permette all’individuo non soltanto di dare un nome a ciò che ritiene di star vivendo, ma anche di sentirsi parte di una comunità che può accogliere e riconoscere ciò di cui sta parlando.


Cosa significano oggi questi termini nel linguaggio comune?


Se utilizziamo il sito Wikipedia come riferimento, troviamo questi fenomeni così definiti da un punto di vista socio-culturale:


  • love bombing: espressione nata negli anni ‘70 per riferirsi a un processo di proselitismo (Andrews, 1986). Oggi viene utilizzata come modo per descrivere letteralmente un “bombardamento d’amore”, ovvero “la manifestazione deliberata di affetto, costituita da una intensa espressione di amicizia e di attenzione, esercitata da un individuo, o da un gruppo di individui, allo scopo di ottenere un’influenza sulla persona coinvolta”
  • breadcrumbing: la “pratica di pretendere sporadicamente interesse e di comportarsi come se si fosse impegnati in una relazione con un'altra persona quando, in realtà, non lo si è”
  • gaslighting: termine coniato negli anni ‘40 con il quale oggi ci si riferisce a “una forma di manipolazione psicologica subdola e violenta nella quale vengono presentate alla vittima false informazioni con l'intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione”
  • ghosting: la “pratica di interrompere bruscamente tutte le comunicazioni e i contatti multimediali con un partner, con qualcuno che si sta frequentando o con il quale si era soltanto entrati in corrispondenza, senza dare alcun tipo di avvertimento o spiegazione e ignorando completamente qualunque tentativo di contatto”.

Il ruolo della psicologia


L’uso frequente di questi concetti e termini li ha resi parte di un vocabolario collettivo, al punto da trasformarli in modi condivisi e utilizzabili per raccontare i propri vissuti, come anche le proprie sofferenze nell’ambito delle relazioni interpersonali.


Il diffondersi dei social media ha contribuito infatti a generare nuovi modi di stare in relazione, mediati dagli strumenti digitali, che hanno richiesto la necessità di parole nuove per essere narrati come i già citati love bombing, breadcrumbing, gaslighting e ghosting, ma anche orbiting, benching, zombieing, paperclipping, textlantionship, kittenfishing.


Nel contesto della psicologia ciò si è tradotto nel proliferare di studi e ricerche su tali temi così come, in una consulenza o psicoterapia, nel moltiplicarsi di domande di cambiamento costruite a partire da questi nuovi modi di stare in relazione.


Sappiamo però che l'utilizzo di lessico psicologico o pseudo-psicologico da parte dei pazienti può essere rischioso se non ci si interroga sul significato stesso delle parole, ma lo si dà per scontato.


Reificazione del vissuto


Considerare questi fenomeni come elementi universalmente condivisi per i quali offrire soluzioni significa “reificare” (Salvini, 1998) un modo personale di intendere un vissuto e trasformarlo in una “cosa” su cui intervenire, svincolata da un contesto culturale, relazionale e di storia dell’altro.


Quale funzione assolve l’utilizzo di queste etichette nel racconto della propria vicenda relazionale? A quale significato, sebbene noto nella letteratura psicologica, fa riferimento l’espressione che la persona l’utilizza? Come è arrivata a darsi queste definizioni?


In un contesto clinico, dare risposte senza interrogare la domanda posta significa provare a produrre un intervento che aspiri nelle intenzioni ad essere personalmente valido per l’altro, a partire, tuttavia, da una concettualizzazione data per scontata della situazione condivisa. Questa modalità impedisce anche alla persona di diventare competente e riconoscere il proprio ruolo come agente di cambiamento nella situazione che dichiara di subire e su come affrontarla oggi e in futuro.


Le relazioni come scenario bellico


Letteralizzare le metafore in psicologia clinica (Molinari, Labella, Faccio, & Salvini, 2007), non esplorarle o metterle in discussione in quanto modi possibili per descrivere la complessità di un vissuto personale, può implicare anche un’aderenza totale al racconto dell’altro. Ciò può portare a una pericolosa collusione con l’idea che ci sia un solo modo di vivere ciò che sta accadendo.


Questa modalità, se non adeguatamente pensata, rischia di contribuire a un rigido mantenimento delle certezze sul mondo e, talvolta, anche della fonte delle proprie sofferenze.


Alex Green - Pexels

Legittimare l’uso letterale di queste espressioni implica la condivisione di un universo di senso dove, a partire dalle metafore “amore come guerra”, “è in atto un bombardamento” o “si è stati bombardati”, la relazione comporta una dinamica asimmetrica tra “chi attacca” e “chi deve difendersi”, “vittima” e “carnefice”, “alleati” e “nemici”.


In questo universo anche le richieste di terapia sono in linea con questo scenario bellico per cui assumeranno la forma di domanda di aiuto per “imparare a difendersi”, “curarsi dalle ferite”, “raccogliere le macerie” di qualcosa che “è stato” e che, per come è raccontato, non è possibile che si verifichi ancora, come se fosse l’eterna ripetizione di una profezia inevitabile ed esterna alla persona.


Eliminazione del narratore


Per questa ragione, eliminare dal quadro chi narra e il modo in cui le relazioni e gli eventi sono narrati può impedire di riconoscere il senso di questa narrazione, che potrebbe anche avere in sé le ragioni di una impossibilità di immaginare un cambiamento.


Ciò che caratterizza tali metafore è un ventaglio di ruoli (love bomber, breadcrumber, ghoster, gaslighter) che, se cristallizzati come unici possibili, rischiano di vincolare l’altro e le opportune azioni da intraprendere alla stessa trama rigida che le metafore rappresentano secondo un processo di tipizzazione (Salvini, 1998).


Inoltre, creare confusione tra il riconoscere le categorie a cui si rifanno queste metafore e il comprendere profondamente cosa c’è dietro espressioni come love bombing, breadcrumbing, gaslighting e ghosting sia in termini individuali che relazionali, rischia di mettere il terapeuta nella posizione di chi offre soluzioni e risposte in un momento in cui la persona potrebbe non essere ancora emotivamente capace di accoglierle. 


"Psico-anglicismi": da contenuti da conoscere a una conoscenza da co-costruire


Considerata la pervasività di questi termini nel linguaggio di ogni giorno e la necessità di affrontare gli scenari critici sopra esposti, affinché da terapeuta sia possibile creare le condizioni per un cambiamento co-costruito, può essere utile:


  • utilizzare i presupposti teorico-epistemologici di riferimento: a fronte di una richiesta portata in una psicoterapia o consulenza psicologica, laddove venga formulata usando una terminologia tecnica e afferente al mondo della psicologia, è importante ascoltare e comprendere quanto riportato a partire dai propri presupposti teorici di riferimento. È utile riferirsi, in questo senso, a una competenza epistemologica (Fruggeri, Balestra & Venturelli, 2022) che - oltre ad assolvere un criterio di scientificità legato al proprio modus operandi (Salvini, 1998) - consenta di mettersi nelle condizioni di comprendere il funzionamento della storia riportata e intervenire, adeguatamente e coerentemente alla propria prospettiva teorica di riferimento
  • analizzare la richiesta e ridefinire una domanda di cambiamento: prima della definizione e realizzazione dell’intervento stesso, da un punto di vista metodologico, è inoltre utile analizzare la domanda per come viene riportata. Ciò significa, che di fronte ad affermazioni come: “sono vittima di love-bombing, cosa faccio?”, “non voglio mai più accontentarmi delle briciole d’amore”, “ho bisogno di riconoscere quando gli altri mi stanno facendo gaslighting”, "come faccio a prevedere chi mi farà ghosting?”, bisogna creare le condizioni per una esplorazione dei presupposti su cui si fonda e si mantiene il quesito per come è stato formulato. Da qui, ridefinire una domanda di cambiamento condivisa e co-costruita nel dialogo tra paziente e terapeuta 
  • ascoltare come l’altro vive le parole che dice: ascoltare la domanda formulata in un contesto clinico, prima ancora di interrogarsi su risposte tecniche o sul proprio livello di conoscenza dei contenuti, significa comprendere il tessuto emotivo che accompagna il racconto presentato.
    Capita infatti che le richieste condivise in uno spazio di terapia possano rimanere irrisolte non a causa della non conoscenza della risposta, ma per ciò che si anticipa di dover - e non voler - affrontare emotivamente con le conclusioni a cui si è arrivati. Diventa quindi fondamentale spostare il focus da cosa viene narrato nel contesto clinico a come viene narrato e quindi vissuto dalla persona che abbiamo davanti.

Essere psicologi clinici esperti di complessità


Nell’esercizio della propria professione, lo psicologo e la psicologa utilizzano nel dialogo con l’altro un linguaggio “ordinario”: si parla infatti di senso comune per riferirsi al “sistema di conoscenze al quale individui o gruppi sociali attribuiscono realtà e verità e nel quale ripongono fiducia” (Nardone & Salvini, 2013).


Cottonbro studio - Pexels

Anche teorie e costrutti nati in ambito psicologico e utilizzati dalle persone per dare senso alla propria esperienza nel mondo sono diventate parte di questo senso comune. Di conseguenza, le espressioni quali love bombing, breadcrumbing, gaslighting e ghosting sono oggi parte di un vocabolario collettivo e oggetto di studio anche per la psicologia.


È infatti importante per lo psicologo mantenere una elevata “sensibilità culturale” che permetta di contestualizzare quanto raccontato in uno spazio di terapia, senza dimenticare che si tratta di un incontro tra una persona esperta della sua storia e uno psicologo o una psicologa esperta di complessità.


Questo non vuol dire che il terapeuta non debba credere alle parole dette dall’altro, o che debba automaticamente mettere in dubbio una richiesta di psicoterapia che contiene tecnicismi psicologici o anglicismi, o che non sia tenuto a essere aggiornato sulle dinamiche relazionali vissute come “attuali” dalla comunità, o esplorate dalla scienza.


Essere psicologi e psicologhe esperti di complessità significa comprendere come queste parole vengano utilizzate, il loro senso profondo, la loro storia e le emozioni che queste veicolano in un contesto di “cura”, nel senso etimologico del termine e di cambiamento.


Si tratta di una preziosa occasione per creare nuove possibilità di vita dove la terapia non si presenta come l’ennesimo contesto in cui trovare conferma delle proprie (traumatiche) certezze, ma lo spazio nuovo in cui esiste la possibilità di essere nuovamente autori e autrici della propria storia e di dare “nomi” inediti e rivoluzionari ai nuovi orizzonti di vita che queste parole nuove consentono di aprire e illuminare.


BIBLIOGRAFIA


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